MEMORABILE COHEN

Claudio Tomaselli, 28 July 2008

Da scolpire  senz’altro nella storia del Summer Festival, il concerto di Leonard Cohen di domenica 27 luglio.
E’ stata un’esperienza unica, incredibile, esaltante, in una parola : indimenticabile. Nel suggestivo sfondo di Piazza Napoleone, il grande poeta-cantautore canadese, settantaquattro primavere alle spalle ha incantato gli oltre cinquemila fans accorsi praticamente da tutto il mondo per vederlo, tenendoli inchiodati alle loro sedie per tre ore.
Possiamo tranquillamente dire che quello di Leonard Cohen è stato il più bel concerto mai visto al Summer. Vuoi per l’eccezionalità di un tour dopo quindici anni di assenza dalle scene, vuoi per l’età dell’artista ma soprattutto per un carisma, una freschezza d’espressione e di proposte che lasciano davvero senza parole.

Il concerto è iniziato  alle 21,30, puntualissimo, mentre la gente doveva ancora in parte accomodarsi in platea, secondo la solita cattiva usanza che vuole che si arrivi, tutti insieme, poco prima dell’ inizio se non addirittura in ritardo. Tante le lamentele al riguardo da parte dei presenti. 
In gilet, con cravatta americana e cappello nero, quest’ultimo subito tolto in segno di saluto, Cohen sorride e inizia la sua performance con “Dance me to the end of love“.
L’alternanza dei temi è la colonna portante dello spettacolo: “Ain’t no cure for love”, “Bird on the wire“, uno dei classici più amati dal suo pubblico (e si sente); poi “Everybody knows“, “In my secret life” e “Who by fire“, aperta dall’assolo di chitarra flamenca di Javier Mas. Chiudono la prima ora di show la toccante “Hey, that’s no way to say goodbye” e “Anthem“.
Dopo un quarto d’ora di pausa si riparte con “Tower of song” sulla quale Cohen, sul coro finale scherza: “Credo di aver capito oggi qual è la chiave della vita, dopo anni di studi, di ricerca e di filosofia… Volete saperlo? Ta doo run run…. Eccolo!”. Poi imbraccia la chitarra per “Suzanne” ed è un boato. Con “Gypsy wife“, ancora Javier Mas con la bandurria, mandolino spagnolo elettrificato e “Boogie Street” con Sharon Robinson a far sentire la sua voce.
Arriva “Hallelujah” e Cohen si inginocchia per questa meravigliosa preghiera  che tutti cantano in coro e dove domina l’hammond di Neil Larsen. Tutti in piedi e si riparte con “Democracy“, altra frustata verso quei potenti che si arrogano di questa parola per giustificare i propri interessi. La sempre splendida “I’m your man” e “Take this waltz“, che chiude il cerchio “danzante” iniziato con “Dance me…”, portano alla fine della seconda ora.
E siamo ai bis: “So long Marianne” è un altro boato, ma ormai la gente è in piedi e “First we take Manhattan” la colpisce come un rasoio. Qui Cohen sembra davvero un giovane rocker alla conquista del mondo. Esce e poi rientra, con qualche passo di corsa ed ecco “Sister of mercy” e poi “If it be your will“, altra preghiera affidata al coro delle due sorelle Webb e “Closing time“, giusta chiusura (così sembrerebbe) della serata. E invece, c’è ancora tempo per “I tried to leave you”, sull’ineluttabilità dell’amore e il coro “a cappella” di “Whither thou Goest“, altro momento spiritualmente altissimo. Stavolta è finita davvero. La gente se ne va, con la consapevolezza di aver partecipato, stavolta, a un vero evento. Grazie Leonard per le fantastiche emozioni che ci hai trasmesso!!

 

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